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Muladhara: radicarsi, quando manca la terra sotto i piedi
Parte 5 di 9 · 18 marzo 2025 · 5 minuti di lettura

In breve
Muladhara è il primo dei sette centri della tradizione yogica, collocato alla base della colonna. Nel linguaggio della pratica governa il senso di sicurezza: quando è debole compaiono insicurezza cronica, ansia per la sopravvivenza, la sensazione di non appartenere a nessun posto. Si lavora con esercizi che caricano gambe e bacino, con la contrazione del pavimento pelvico e con il mantra LAM.
Certe persone entrano in sala e si vede subito che non toccano terra. Parlano veloce, tengono le spalle alte, si siedono sul bordo del cuscino come se dovessero ripartire. Poi raccontano una vita che, sulla carta, funziona.
Alla base della colonna, fra osso pubico e coccige, la tradizione yogica colloca il primo dei sette centri: Muladhara, dal sanscrito mula (radice) e adhara (sostegno). È il centro della sicurezza — non quella che si compra, quella che si sente.
Che cosa governa
Un primo chakra in ordine, nel linguaggio di questa tradizione, si riconosce da poche cose concrete: dormi, mangi con appetito, il denaro ti preoccupa quando c’è motivo e non sempre, e stai in un posto senza pensare che dovresti essere altrove.
Quando è debole succede il contrario. L’insicurezza smette di dipendere dalle circostanze. L’ansia per la sopravvivenza resta accesa anche quando i conti tornano. E c’è quella sensazione, difficile da dire ad alta voce, di non appartenere davvero a nessun luogo.
La tradizione assegna a ogni centro una paura che lo blocca. Per il primo è la paura più antica: quella di non esserci più. Raramente si presenta come paura della morte. Si presenta come irrequietezza, come fretta, come impossibilità di stare fermi in una stanza silenziosa.
Vale la pena dirlo chiaro: questa è una mappa dell’esperienza, non anatomia. I chakra non si trovano in una dissezione. Servono a dare un nome preciso a stati che altrimenti restano confusi, e da lì a scegliere che cosa praticare.
Sei esercizi che lavorano sul radicamento
Si fanno nell’ordine, con i tempi indicati. Fra un esercizio e l’altro, trenta secondi fermi.
1. Sufi Grind — 3 minuti. Seduti a gambe incrociate, mani sulle ginocchia. Il busto ruota in cerchi larghi, un minuto e mezzo in un senso e un minuto e mezzo nell’altro. Respiro lungo, inspirando avanti ed espirando indietro.
2. Flessioni della colonna — 3 minuti. Sempre seduti, mani sulle caviglie. Inspirando il petto va avanti, espirando la schiena si arrotonda. Il movimento parte dal bacino, non dalle spalle.
3. Posizione della rana — 26 ripetizioni. In accovacciata sulle punte dei piedi, talloni uniti e sollevati, dita a terra fra le ginocchia. Inspirando le gambe si distendono e la testa scende; espirando si torna giù. Le mani restano a terra per tutto l’esercizio.
4. Accovacciata (Crow Pose) — 2 minuti. Piedi paralleli e piatti a terra, ginocchia larghe, mani unite davanti al petto, schiena dritta. Chi non arriva con i talloni a terra mette un asciugamano arrotolato sotto. Si respira lungo e si resta.
5. Stretch Pose — 1 minuto. Distesi sulla schiena, gambe unite sollevate una spanna da terra, punte tese, mani lungo i fianchi, sguardo alle punte dei piedi. Respiro di fuoco per chi può, altrimenti respiro lungo (le controindicazioni sono qui).
6. Sat Kriya — da 3 a 11 minuti. Seduti sui talloni, braccia tese sopra la testa, dita intrecciate e indici puntati in alto. Si canta Sat tirando dentro l’ombelico e contraendo il pavimento pelvico, e Nam rilasciando. Il ritmo è di circa otto sillabe ogni cinque secondi.
Alla fine, distesi a terra, da cinque a sette minuti di rilassamento. Non è la pausa: è la parte in cui il lavoro si deposita.
La meditazione con il mantra LAM
Undici minuti, seduti con la schiena dritta e i piedi appoggiati se sei su una sedia. Mani in gyan mudra, pollice e indice che si toccano, il resto delle dita disteso.
Occhi chiusi, attenzione alla base della colonna. Inspiri dal naso, e sull’espirazione canti LAAAM lungo, finché l’aria finisce. La vibrazione si sente nel bacino e scende lungo le gambe.
Undici minuti sono la durata di lavoro; tre bastano per cominciare. Alla fine, mani al petto e tre Sat Nam lunghi.
Il mantra qui fa una cosa semplice e concreta: dà all’attenzione un posto preciso dove stare. Chi ha provato a stare fermo senza niente da fare sa quanto sia difficile.

Pietre, oli, cibi: che cosa dico davvero
Nelle pagine sui chakra questa è di solito la sezione più lunga. Diaspro rosso, ematite, patchouli, vetiver, carote e barbabietole perché crescono sotto terra.
Non ho niente contro nessuna di queste cose e non conosco nessuna prova che una pietra in tasca sposti qualcosa nel sistema nervoso. Quello che vedo funzionare è un altro effetto: un oggetto che sta sul tappeto ti ricorda di salirci sopra. Se il vetiver ti fa praticare tre volte a settimana invece di una, il vetiver ha fatto il suo lavoro — e il lavoro l’hai fatto tu.
Sul cibo una cosa vera c’è, e non riguarda i colori: praticare a stomaco vuoto cambia tutto. Due o tre ore dopo l’ultimo pasto.
Le frasi da ripetersi
Anche le affermazioni funzionano meno di quanto promettono, e non del tutto per il motivo che si crede. Ripetere «sono al sicuro» quando ti senti in pericolo produce quasi sempre l’effetto opposto: la testa risponde con l’elenco delle prove contrarie.
Quelle che reggono sono più modeste e più vere. Adesso, in questa stanza, non sta succedendo niente. Ho il diritto di occupare lo spazio in cui sto. Il pavimento tiene.
Si dicono dopo la pratica, quando il corpo è già in un altro stato. Prima, sono parole.
Da dove cominciare
Se stai leggendo perché ti riconosci nella descrizione di sopra, comincia dagli esercizi, non dalla teoria. Tre di quei sei, venti minuti, tre volte a settimana per un mese.
La struttura completa di una lezione l’ho descritta in Come si pratica il Kundalini Yoga, e a che cosa serve tutto questo l’ho scritto qui. In sala si pratica il lunedì dalle 19.30 alle 21.00 in Vico San Domenico Soriano, a Napoli: orari, quote e come si arriva.