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La quinta scintilla: il silenzio, e come si usa per scegliere

Parte 6 di 8 · 1 febbraio 2025 · 3 minuti di lettura

La quinta scintilla del percorso della Fenice

In breve

Nel Kundalini Yoga il silenzio non è assenza di rumore ma sospensione delle parole: lo stato che la tradizione chiama Shuniya, il punto zero. Si raggiunge con respiro lungo, mantra ripetuti finché smettono di significare qualcosa e meditazioni cronometrate. È il grado in cui si smette di argomentare con sé stessi, e da lì le decisioni cambiano.

Viviamo in un posto che non smette mai di parlare. E il pezzo più rumoroso non sta fuori: è il commento continuo che accompagna qualunque cosa facciamo.

Il quinto grado del percorso lavora lì, ed è il più difficile dei sette. Non perché chieda più fatica fisica — chiede meno di tutti — ma perché toglie l’unica cosa con cui siamo abituati a stare al mondo: le parole.

Che cosa intendo per silenzio

Non l’assenza di suono. Una stanza insonorizzata non produce nessuno degli effetti di cui parlo, e chi ci è stato dentro lo sa: da soli al buio il chiacchiericcio interno diventa più forte, non più debole.

Il silenzio di cui si parla qui è la sospensione delle parole. La tradizione lo chiama Shuniya, lo zero: un punto in cui la mente smette di produrre commento e resta sveglia. Non somiglia al dormiveglia: la percezione resta intera, sparisce solo la didascalia.

Come ci si arriva

Chiedere alla testa di tacere non funziona: è come chiedere a un motore acceso di stare fermo. Quello che funziona è darle un lavoro ripetitivo finché si stanca.

Respiro lungo e profondo — 3 minuti. Il più semplice e il più sottovalutato. Portare il respiro a quattro o cinque cicli al minuto cambia il tono di tutto il sistema nervoso, e la voce interna rallenta con lui.

Jaap — da 11 a 31 minuti. La ripetizione continua di un mantra: prima ad alta voce, poi sussurrata, poi solo mentale. Ripetuta a lungo, la parola si svuota di significato e resta il suono. Il momento in cui si svuota è il momento in cui il silenzio comincia.

Meditazione in Shuniya — 11 minuti. Seduti, mani in grembo o al petto, occhi chiusi, niente da fare. Nessun mantra, nessun conteggio. Si sta. È l’esercizio più duro che facciamo in sala, e chi ha un percorso alle spalle lo aspetta come si aspetta una vacanza.

Il silenzio esterno, un’ora a settimana. Questa non viene dalla tradizione, la chiedo io: un’ora senza telefono, senza musica, senza qualcuno con cui parlare. Le prime volte è insopportabile, e questo dato in sé è un’informazione.

Il suono, e quello che resta quando finisce

Perché le decisioni prese qui reggono

Finché ci sono parole c’è anche la platea. Ogni ragionamento contiene, di nascosto, come suonerà detto a qualcuno: un genitore, un collega, un ex. Argomentiamo per convincere qualcuno che non è nella stanza.

Nel silenzio quella platea non ha voce. Restano le sensazioni — più lente, meno articolate, molto più difficili da falsificare. Una decisione presa da lì spesso è la stessa che avresti preso comunque, ma senza la parte in cui ti autorizzavi.

Usa il silenzio per scegliere. È la frase con cui riassumo questo grado da anni, e non ha bisogno di aggiunte.

Il costo

Il silenzio fa risalire quello che il rumore teneva sotto. Le prime settimane, per molti, sono scomode: arrivano pensieri rimandati, cose lasciate a metà, una tristezza senza indirizzo preciso.

Non è un effetto collaterale della pratica. È la pratica. Quello che teneva occupata la testa serviva anche a tenerla girata dall’altra parte.

Se in questa fase le cose si fanno pesanti, la mossa giusta è parlarne — con me, o con chi ti segue. Restare da soli in silenzio quando dentro c’è troppo non è coraggio.

Dove sta, nel percorso

Prima viene il cuore, dopo l’intuizione — che senza questo grado non si distingue dalla paura. La scala intera è in Le scintille della Fenice.

Nella stessa tradizione c’è una disciplina che lavora quasi solo su questo stato, e si riceve invece di praticarla: il Sat Nam Rasayan.

Si pratica il lunedì dalle 19.30 alle 21.00 in Vico San Domenico Soriano, a Napoli: orari, quote e come si arriva.

Domande su questo

Che cos'è Shuniya?

Un termine che indica lo zero, il punto in cui la mente smette di produrre commento. Nella tradizione è lo stato da cui si insegna e da cui si guarisce: non uno stato di trance, ma una quiete sveglia, in cui succede ancora tutto ma senza voce che lo commenta.

Come si pratica il silenzio se la testa non tace?

Non le si chiede di tacere. Le si dà un lavoro ripetitivo — un mantra, un ritmo di respiro contato — finché il commento perde presa. Il silenzio arriva come effetto collaterale, mai come obiettivo diretto.

Che cos'è il jaap?

La ripetizione continua di un mantra, ad alta voce, sussurrata o mentale. Fatta a lungo produce un effetto preciso: le parole si svuotano di significato e restano solo suono e ritmo. È il modo più semplice per arrivare a una quiete che non si può decidere.

Perché decidere dal silenzio è diverso?

Perché quando ci sono parole c'è anche la platea: quello che diranno, come suonerà, chi approverà. Nel silenzio quella platea non ha voce, e restano le sensazioni — più lente, ma molto più difficili da falsificare.

A Napoli

Questo si legge. In sala si prova.

Si pratica il lunedì sera in Vico San Domenico Soriano, novanta minuti. La prima volta si viene senza sapere niente: ti dico io cosa portare.