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La felicità fa male?
Parte 7 di 9 · 29 settembre 2023 · 2 minuti di lettura

In breve
Il problema non è la felicità: è l'idea che sia un istante da conquistare in cima a una salita. Ridotta a quello, arriva rara e dura poco. Quello che si può allenare è un'altra facoltà — accorgersi di essere felici mentre lo si è — e chiede di fantasticare un po' meno e sentire un po' di più.
Quasi nessuno ci fa caso, ma ogni obiettivo raggiunto, ogni vetta, ogni desiderio realizzato arriva alla fine di una fila di prove da superare. E dopo la fila non finisce: ne comincia un’altra, spesso più alta della prima.
Tutto questo per essere felici. Per un attimo.
Detta così, la felicità non sembra un grande affare — a meno di non essere masochisti.
L’apoteosi dell’istante
Il guaio sta in come la immaginiamo: un lampo, una cima, un traguardo tagliato. Un frammento sgargiante staccato da un quadro molto più grande, e scambiato per il quadro intero.
Ridotta a quel frammento, la felicità diventa una cosa rara per definizione. Serve una conquista per attivarla, e quando arriva è già passata.
L’altra facoltà
C’è una capacità diversa, che nessuno ci ha insegnato: accorgersi di essere felici. Non ricordarselo dopo, guardando le fotografie di un’estate. Accorgersene mentre succede.
Chiede due movimenti opposti a quelli abituali: fantasticare un po’ meno — cioè uscire un po’ meno da sé — e sentire un po’ di più, che vuol dire rientrare, con un certo coraggio.
Perché lì dentro, all’inizio, non c’è quasi mai la pace. Ci sono le cose rimandate.
La stanza delle aspettative
Una delle cause più grosse d’infelicità è la ricerca di una felicità specifica. Decidiamo in anticipo che forma dovrà avere, e da quel momento tutto il resto ci passa accanto senza essere visto.
Uscire da quella stanza non si fa ragionandoci sopra: ragionandoci sopra ci si resta, con più argomenti. Si esce togliendo la parola per un po’. È esattamente quello che succede in una meditazione di undici minuti, dove non c’è niente da ottenere e nessuno da convincere.
Gli strumenti che sembravano nemici
Nelle lezioni finiamo spesso per lavorare su due cose che di solito si vogliono eliminare dalla propria vita.
L’autosabotaggio. Combatterlo lo rinforza. Guardarlo, invece, mostra quasi sempre che sta proteggendo qualcosa — una vecchia figuraccia, una promessa fatta a dodici anni. Da lì si può cominciare a trattare.
Il giudizio degli altri, e soprattutto quello negativo. Fa male perché tocca un punto che era già dolente prima. Il punto lo indica con precisione, e in questo senso lavora per noi, anche se non ci pensava affatto.
Nessuna delle due si trasforma con un ragionamento. Si trasformano stando fermi mentre premono, che è quello che si impara in una classe — novanta minuti in cui non c’è niente da risolvere.
Il punto
Essere felici non fa male.
Non accorgersene, molto spesso, sì.
Si pratica il lunedì dalle 19.30 alle 21.00 in Vico San Domenico Soriano, a Napoli. Orari, quote e come si arriva — la prima volta si viene senza sapere niente, e a che cosa serve questa disciplina l’ho scritto qui.